La battaglia culturale e morale nel mondo

mujeres de blancoL’appuntamento era per la mattina del 5 giugno. Più o meno negli stessi istanti, in cui papa Francesco riceveva in udienza il Presidente del Cile, Michelle Bachelet.

Puntuali alle ore 11,30 in piazza San Pietro, a Roma, decine di «mujeres de blanco» – assieme a molte persone unitesi a loro –, tutte vestite di bianco, si son date appuntamento per manifestare – con umiltà e con amore – contro il disegno di legge, che nel loro Paese vorrebbe depenalizzare l’aborto. Tale progetto è stato presentato lo scorso gennaio dal governo in carica, ma è stato subito sostenuto anche dal Presidente socialista Bachelet, che ha fatto, della realizzazione di questo punto, addirittura una promessa elettorale, ricorrendo al solito vocabolario dell’«antilingua» e dicendo di volere l’aborto per «amore della vita».

Le «mujeres de blanco», a Roma, han tenuto tra le mani delle scatole bianche di cartone, ciascuna con un nome ed una croce, per ricordare che ogni aborto è la morte di un bimbo innocente. Si sono poi sdraiate a forma di croce sul selciato rovente di piazza San Pietro, in una torrida giornata di sole. Attorno, in semicerchio, altri partecipanti alla manifestazione. Tutti in silenziosa preghiera, uniti da un vibrato e convinto “no” all’aborto. Al termine, è stato recitato il S.Rosario.

Le «mujeres de blanco» hanno chiesto di essere aiutate «ad accogliere i piccoli, che custodiscono in grembo». Non ad ammazzarli. «Noi sappiamo che una donna non abortisce per decisione propria, abortisce per abbandono, per solitudine, per coercizione, per mancanza di opportunità, per paura». E giudicano senza tanti giri di parole «un atto di codardia» il fatto che lo Stato cileno voglia acconsentire ed anzi incentivare tutto questo, anziché «darsi da fare per risolvere davvero i problemi delle donne e della famiglia».

L’aborto terapeutico in Cile è fuorilegge dal 1989, dopo un periodo di legalizzazione: chi lo pratichi, può essere condannato sino a 5 anni di carcere. Tra l’altro, ciò ha permesso di migliorare la qualità della salute materna, superando i livelli degli Stati Uniti, dove il numero di decessi legati alla gravidanza appare invece in costante crescita. Nel Cile, ove è vietato l’aborto, muoiono 0,39 donne ogni 100 mila; negli Usa, ove invece l’aborto è legale, ne muoiono 17,8 ogni 100 mila.

Eppure lo scontro su questo tema, in Cile, è particolarmente duro, a tratti feroce. Le «mujeres de blanco» hanno già manifestato nelle piazza di Santiago del Cile, compresa la spianata di piazza della Costituzione, di fronte a La Moneda, il palazzo del governo cileno.

Un giovane medico, Carolina Aguilera, nel marzo scorso, si è permessa di interrompere il discorso della Presidente Bachelet per ricordarle che i medici hanno giurato di difendere la vita e non di uccidere esseri umani nel grembo materno, come ha dichiarato poi questa giovane in un’intervista rilasciata alla Cnn. Sul fronte opposto, due anni fa centinaia di attiviste hanno fatto una clamorosa irruzione nella Cattedrale di Santiago per manifestare a favore dell’aborto, imbrattando con scritte blasfeme gli altari, dando striscioni alle fiamme, distruggendo banchi e confessionali. Evidente, qui, la violenza, che accompagna il loro messaggio. Non solo. Recentemente Somos miles, un collettivo femminista, ha postato su Internet – da YouTube ai social network – dei video-choc a favore della depenalizzazione dell’aborto.

Le «mujeres de blanco» hanno preferito opporre a tutto questo l’arma della preghiera. Silenziosa. Ma efficace. Molto più della ferocia dimostrata dal fronte pro-choice.